Cara, mi faxi l'orologio?
Postato Lun Set 05, 2005 11:48 pm di McRobert
 Spedire
un oggetto via Web. Che arriva a destinazione identico all'originale.
Ecco come sarà possibile, con una forma avanzata di post-realtà
virtuale.

New York, 2025. "Ciao caro. Com'è il tempo lì a Roma? Sai, per il tuo
compleanno, alla fine ti ho comprato questo orologio. Guarda un po'
come ti sta...". In quel momento, al marito che oltreoceano sta
ammirando il tramonto sul Tevere, si materializza d'improvviso un
oggetto identico al Rolex appena acquistato dalla moglie nella Quinta
strada di New York. Giusto il tempo di accarezzarlo e guardarselo al
polso, durante la conversazione con la moglie. "Adesso devo andare, tuo
figlio ti aspetta in soggiorno, per la vostra solita partita a
scacchi". Il bambino si siede nel soggiorno di casa: a separarli, non
più un oceano, ma solo una scacchiera, come ogni sera. Fantascienza?
No. Semplicemente 'realtà sintetica', una forma avanzatissima di
post-realtà virtuale. Qualcuno la chiamerebbe tele-trasporto, ma non
siamo in un telefilm di 'Star Trek': siamo invece all'interno di studi
serissimi e molto avanzati su un modello di implementazione della
'vecchia' videoconferenza. Ma qui i soggetti non sono più solo in un
video-di splay: si materializzano tridimensionalmente dall'altra parte.
Né bisogna pensare semplicemente a una proiezione a distanza di
ologrammi, perché quello verso cui si sta puntando è molto di più: ciò
che appare infatti è una copia replicante 'fisica', con cui si può
interagire a partire dal tatto. di Susanna Jacona Salafia
Il
Rolex materializzatosi a Roma da New York è infatti l'effetto della
trasformazione in modalità 'claytronic'(il termine viene dalla tecnica
cinematografica di 'clay animation', l'animazione di creta e
plastilina), a cui sono state trasmesse via Web le informazioni
dell'orologio originale scannerizzate molecola per molecola. L'oggetto
claytronico a Roma prende forma e diventa una copia tridimensionale
dell'orologio che si trova a New York. Lo stesso per quanto riguarda la
partita a scacchi: non più effettuata solo sul video, ma con scacchi
veri, che si possono toccare e che si trovano da una parte nella loro
versione originale e dall'altra parte in copia tridimensionale. Un
passo ulteriore sarà quando la materializzazione claytronica potrà
ricreare anche i corpi dei giocatori: il bambino e il papà si
'rimaterializzano' dall'altra parte dell'oceano in una sorta di
'flexible robot' che assume le fattezze dell'originale. Sicché i due
sono in posti lontani, ma possono sentire e vedere la presenza fisica
l'uno dell'altro. Le masse claytroniche sono composte non di plastilina
(come i personaggi del film 'Galline in fuga'), ma di 'catomi' o
'claytronics atoms', cioè migliaia di nanochips dal diametro in scala
nanometrica (un nano: un milionesimo di metro). Praticamente, polvere
di microchip. Che si scompongono e si riassemblano nelle forme piu
diverse, per effetto di forze elettrostatiche e magnetiche.
Per
cercare di capire quali traguardi stanno concretamente raggiungendo gli
studi su questo settore hi tech, bisogna seguire le ricerche di un team
di ingegneri informatici dell'Istituto di robotica della Carnegie
Mellon University di Pittsburgh, negli Stati Uniti. "L'esempio del
bimbo e del papà che giocano insieme a scacchi, 'fisicamente' l'uno
dinanzi all'altro mentre li separa l'oceano, è uno scenario senz'altro
possibile", spiega Seth Goldstein, capofila insieme a Todd Mowry del
team della Carnegie che sta sperimentando il progetto 'Claytronics and
Synthethic Reality', sponsorizzato dalla Intel e recentemente
illustrato alla Conferenza internazionale di robotica del Mit. "Quello
che abbiamo in mente come obiettivo a breve termine, però, è di usare i
catomi per materializzare il modello di qualcosa di un po' più
semplice. Ad esempio, la struttura ingrandita di una proteina. O di un
organo umano, durante un operazione chirurgica a distanza. Oppure il
modello architettonico di una casa".
Pensare al teletrasporto è
fuorviante perché l'oggetto originale non si sposta di un millimetro
dal posto in cui si trova: semplicemente viene scannerizzato e
'sezionato' tridimensionalmente per essere ricostruito uguale
dall'altra parte. Ma anche pensare a una ricostruzione olografica è
sbagliato, perché "un ologramma è tridimensionale, ma non è un oggetto
fisico, mentre noi puntiamo a ricostruire un oggetto fisico, che si può
toccare e non solo vedere", come spiega Todd Mowry, professore
associato della Carnegie e adesso direttore del Research laboratory di
Intel a Pittsburg. "Questo oggetto fisico assumerà un giorno anche la
forma di una persona. Avrà un video-display nella superficie esterna
della forma che riprodurrà l'immagine corporale, assumendo le fattezze
di un essere umano. E si muoverà come una persona. Più che a un
ologramma è bene pensare dunque a un robot che può cambiare forma e
aspetto".
L'idea di Goldstein e Mowry sulla realtà sintetica
non è altro che una diversa applicazione dei flexible robot in
sperimentazione al Polymorphic Robotics Laboratory dell'Università
della California del Sud di Marina del Rey. Lì il team di Wei-Min Shen
ha dimostrato che i moduli di una unità robotica flessibile possono
scomporsi e ricomporsi, assumendo una forma strisciante o circolare a
seconda delle informazioni ambientali rilevate dai sensori. Alla
famiglia dei flexible robot appartengono già alcuni sofisticati
attrezzi da escavazione o raffinate armi da guerra. Ogni modulo è
infatti in realtà un computer autonomo con la sua propria batteria,
motore, sensore e connettore. Ciò che il team della Carnegie Mellon sta
tentando di fare è rendere tutto in scala nanometrica in modo da
assumere le fattezze di qualsiasi tipo di oggetto. Un obiettivo che
sarà comunque raggiungibile non prima del prossimo ventennio: "Il
concetto alla base del nostro progetto è che delle macchine
indipendenti di dimensioni nanometriche possono autonomamente
riassemblarsi per assumere qualsiasi forma", chiarisce il professor
Jonathan Aldrich, membro del team: "Se questa forma viene catturata in
una postazione remota usando la tecnologia 'motion capture', allora i
catomi possono riprodurre qualsiasi cosa si trovi in remoto, un
fenomeno che chiamiamo 'telepresenza', che esiste in tre dimensioni e
che può essere sentito e toccato, oltre che visto e udito".
Aggiunge
Goldstein: "Questo assemblaggio claytronico è formato da unità
individuali, i catomi appunto. Ognuno di questi contiene un processore
che li può far muovere, attaccarsi con gli altri, mentre alcuni sensori
gli permettono di dialogare fra loro. Fino a oggi abbiamo realizzato
catomi del diametro di 44 millimetri, ma stiamo lavorando per
raggiungere dimensioni nanometriche. Ogni catomo è formato da tre
piani, tre dischi verdi ognuno con funzioni differenti. Ad esempio,
quello sulla sommità fornisce energia, in routing, alle altre parti. Il
cilindro bianco contiene invece 24 elettromagneti che servono per
muovere i catomi".
Uno dei problemi da superare è infatti
l'energia che dovrà muovere lo scomporsi e il riassemblarsi dei catomi.
Le forze elettrostatiche potrebbero non essere sufficienti ad animare
milioni di catomi."Abbiamo appena sviluppato nuovi algoritmi per un
software power routing in grado di diffondere l'energia in routing da
un unità all'intero assemblaggio senza alimentazione esterna o batterie
interne", spiegano all'Istituto di robotica della Carnegie Mellon
University. Entro un anno gli scienziati contano di realizzare catomi
bidimensionali leggeri abbastanza da formare piccoli oggetti in 3D.
Lo
sviluppo degli studi claytronici apre una serie di scenari futuribili
in ambito sia civile che militare. Si pensi solo alla possibilità che
un'azienda faccia pubblicità a un suo prodotto materializzandone in
casa nostra una perfetta copia tridimensionale. Gli studiosi stanno
pensando anche ai rischi connessi con queste ricerche: la creazione di
realtà sintetiche a distanza, ad esempio, può dar vita a nuove forme di
hacking, visto che a guidare gli assemblaggi claytronici sara una
connessione Internet. I pirati elettronici potrebbero un giorno
sbizzarrirsi in intrusioni di nuovo tipo, cambiando forma a oggetti
telericostruiti. Le conseguenze sarebbero assai più devastanti rispetto
all'hacking tradizionale.
Dalla chimica alla playtronica: così si arriva al teletrasporto
La vita come processo chimico
Nel 1953 il chimico Stanley
Miller all'Universita di Chicago dimostra che molti aminoacidi
fondamentali si aggregano spontaneamente in particolari condizioni
chimiche assimilabili a quelle presenti sulla Terra milioni di anni fa,
suggerendo così che la vita si origina spontaneamente da un semplice
processo chimico.
Il laser australiano
Nel 2002, in un
esperimento condotto da Ping Koy Lam e dal suo team di ricercatori
presso la Anu (Australian National University), è stato teleportato un
raggio laser. L'Anu ha battuto sul tempo altri 40 laboratori che in
tutto il mondo stanno provando a teletrasportare un raggio laser.
Ricerche molto avanzate vengono fatte anche in California, nei
laboratori della Caltech Quantum Optics, dal professor Jeff Kimble.
La frontiera quantica
Il
teletrasporto della fisica quantistica è qualcosa di molto diverso da
quello claytronico. Esperimenti riusciti in passato hanno dimostrato il
teletrasporto quantico di raggi laser e atomi di calcio. In sostanza i
ricercatori sono in grado di instaurare una relazione tra coppie di
particelle infinitesimali. Una volta stabilita questa sorta di
'telepatia', il destino di una particella influenza istantaneamente
quello dell'altra. Se a una delle due vengono fatte assumere
determinate proprietà, l'altra immediatamente ne manifesta altre
identiche o opposte, a prescindere dalla distanza che separa le due e
in apparente assenza di qualsiasi collegamento fisico.
Arrivano i replicanti
L'ultima
frontiera del teletrasporto è quella claytronica: l'oggetto originale
viene scannerizzato e analizzato molecola per molecola in modo che
tutte le informazioni in esso contenute possano essere poi inviate alla
stazione ricevente dove verranno usate per creare una replica
dell'oggetto originario, non necessariamente dello stesso materiale che
lo componeva originariamente, ma con atomi dello stesso tipo
organizzati in un ordine identico a quello originario.
La luce oltre il Danubio
Nell'agosto
2004 ricercatori dell'Università di Vienna hanno usato una fibra ottica
lunga 800 metri per teletrasportare particelle di luce, fotoni o
'quanti' di luce, lungo un percorso di 600 metri in due laboratori
sulle rive opposte del Danubio. Nello stesso anno l'Università di
Ginevra ha condotto il teletrasporto di un 'qubit', un 'quantum bit',
cioè la più piccola porzione di informazione codificata contenuta in un
bit.
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